Avvenire - Amore e Hi-tech per i piccoli disabili
31-12-2009
Amore e «hi-tech» per i piccoli disabili - Massimiliano Castellani
La pietra rosa del Subasio scintilla al sole di un edificio che da sempre «accoglie gli ultimi tra gli ultimi».
È l’Istituto Serafico di Assisi, adagiato sulla collina ai piedi della basilica di San Francesco, che da quasi un secolo e mezzo apre le sue porte a bambini con le più gravi disabilità fisiche e mentali. Quelli che nel 1871 il suo fondatore padre Lodovico da Casoria salutava all’ingresso come le sue «creature felici e abbandonate ». Il successore di padre Lodovico, padre Giovanni Principe, ha fatto altrettanto e negli anni ’20 aveva portato l’Istituto a distinguersi su scala nazionale per gli straordinari risultati ottenuti con ragazzi ciechi e sordomuti che qui avevano anche la possibilità di studiare in un istituto scolastico parificato. Nel 1930 per la prima volta hanno fatto il loro ingresso al Serafico anche le bambine non vedenti. Le “precursore” della piccola Angela, una delle 70 ospiti residenti (con gli esterni sono circa 150) che incontriamo nelle stanze del Gruppo 1 e 2, quello riservato ai più piccini che durante il giorno giocano nelle “sale morbide”, tuffandosi su materassini colmi di palline di spugna che stimolano la loro sensorialità, tutta da recuperare.
C’è odore di pulito e un clima di profonda trasparenza qui dentro, la stessa delle anime che vivono e lavorano 24 ore su 24 al servizio di queste creature con una dedizione totale. Sono gli infaticabili operatori dell’ente ecclesiastico senza scopo di lucro sottoposto alla giurisdizione del vescovo di Assisi e accreditato con il Servizio sanitario nazionale. Una struttura che dopo il terremoto del ’97 e le accurate opere di restauro oggi vanta anche due “case protette” all’interno di un’area di 40mila metri quadrati immersa nel verde. I lunghi corridoi conducono ai laboratori della ceramica dove delle educatrici straordinarie con il sorriso sempre “acceso”, seguono i lavori dei loro «angeli». Alle pareti ci guidano da una stanza all’altra i disegni, gli stampini delle mani e le formelle in terracotta colorate. Ciprian è un adolescente arrivato qui dalla Romania, urla la sua voglia di vivere e gesticola con un cellulare che tiene stretto tra le mani come fosse il peluche di Antonio che ad occhi chiusi vola leggero nel suo mondo, in cui a volte lascia entrare solo le persone che gli regalano amore. «Non avete idea di quanti progressi ha fatto Antonio. E come lui tanti dei ragazzi che arrivano da noi in condizioni spesso disperate», dice Stefania, educatrice e promotrice dell’attività laboratoriale. Tenere creature giunte da tutta Italia e per le quali viene subito approntato un programma riabilitativo- educativo mirato e personalizzato, utilizzando tutta una serie di tecniche sperimentate per la stimolazione sensoriale, compresa la musicoterapia e l’ippoterapia. La tradizione della biblioteca con i testi in braille, si fonde con l’innovazione tecnologica: un sofisticato impianto di telecamere a infrarossi piazzate ovunque per consentire l’orientamento dei ragazzi. «Ma il valore aggiunto è lo spirito cristiano con cui affrontiamo il nostro impegno nel massimo rispetto della dignità della persona », dice il direttore generale Giocondo Leonardi.
Il presidente del Serafico Gino Brunozzi, da 25 anni è il timone di questa scialuppa di salvataggio per tante famiglie e i loro figli. «L’obiettivo principale è quello di una qualità misurata della vita all’interno di questa “struttura collettiva” che credo abbia da sempre un alto grado di vivibilità, alla quale nel tempo abbiamo aggiunto un sempre maggiore apporto scientifico e una gestione delle risorse a livello manageriale ». Vivere all’Istituto Serafico non vuol dire rimanerci per sempre. «Alessandro, un ragazzo non vedente è tornato a vivere in famiglia a Napoli e sogna di fare il giornalista - continua Brunozzi - . Abbiamo avuto diplomati, iscritti al conservatorio e all’Università. Ma accanto a questi traguardi eccellenti c’è ancora da fare i conti con la realtà di ragazzi che arrivano quasi sempre troppo tardi da noi: ce li portano intorno ai 12 13 anni quando approntare un programma riabilitativo diventa molto più difficile. E il peso dei costi? «Ogni ospite pesa sul bilancio del Servizio sanitario nazionale per circa 237 euro al giorno. Ma il contributo della Asl non è sufficiente – prosegue il presidente del Serafico – il restante 20% lo mettiamo noi cercando di barcamenarci tra donazioni private e l’opera generosa dei volontari. Eppure gli ultimi dati dell’Oms, tra le problematiche più preoccupanti, segnalano una crescita esponenziale della pluriminorazione. Pertanto la nostra attività va inquadrata sempre più come una sfida che nel futuro potremo fronteggiare solo con l’apporto di una sensibilità diffusa e una crescita culturale, come abbiamo cercato di fare con il lavoro svolto in tutti questi anni». Un lavoro che ebbe modo di toccare con mano ed apprezzare anche Papa Giovanni Paolo II che nel ’93, rompendo ogni protocollo chiese di venire ad abbracciare una ad una le creature del Serafico, congedandosi con la sua benedizione: «Questa è una grande opera, Dio benedica chi la sostiene».




