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Giada

 

Testimonianza di Giada F. 

Quando sono entrata al Serafico avevo un’idea di cosa aspettarmi. La prima impressione è stata di una situazione difficile da tollerare. Il gruppo nel quale avrei prestato servizio non aveva affatto per lo più l’uso del linguaggio. La maggior parte dei ragazzi, date le disabilità, pareva alquanto isolata dall’ambiente circostante. Nell’appartamento vivevano molti soggetti ormai adulti; l’effetto di vederli tutti insieme fu alquanto scioccante. C’era chi sbatteva la bocca sul tavolo, chi ti guardava con uno sguardo indagatore, ma inespressivo, chi dondolava la testa a ripetizione, chi roteava su se stesso astraendosi da tutti, chi rimaneva nel corridoio a gridare.

Sui loro volti molti lineamenti dissonanti dalla norma del mondo “fuori”. Come riuscire a relazionarsi ? Nei giorni seguenti, osservando la cura, l’attenzione sincera, l’amore tangibile con cui i ragazzi venivano trattati ed iniziando a conoscere e riconoscere quei disabili come persone con un nome, una personalità, una voglia inimmaginata di esplorarti e viverti assieme con gioia, ho avuto invece una sensazione di grande Luce. Rimaneva la difficoltà di un contatto che richiedeva parole e pelle ad una volontaria taciturna e osservatrice. Era la modalità di rapporto di cui avevano bisogno, ma ero, io, quello di cui loro avevano bisogno? Ci fu il tempo del dubbio, che però ebbe modo di durare poco: nella situazione reale o ci sei o non ci sei e io, in posizione di ascolto, grazie alla ricerca reciproca e al loro reagire immediato e schietto alla mia presenza, ormai c’ero: con le carezze, con i giochi, con i sorrisi e le passeggiate, gli abbracci per sentirsi vicini davvero. In questi sei mesi di volontariato ho potuto coinvolgere i ragazzi inserendomi nell’attività di animazione musicale, suonando e cantando con gli educatori per loro che rispondevano spesso con una partecipazione viva, apprezzando ritmi allegri e canzoncine simpatiche, oppure musica leggera o valzer da ballare; a volte li ho lasciati giocare e divertirsi con la mia tastiera. Li ho accompagnati nella loro vita di tutti i giorni, a volte guidandoli, nella ricerca di un’autonomia possibile, a volte seguendoli, facendo respirare la loro iniziativa. L’aspetto che più apprezzo di questa relazione è che non è possibile mentire. Ogni ragazzo, con ogni parte di sé, come mente diffusa sul corpo stesso, in qualche modo sa benissimo chi sei. Nel microcosmo serafico di queste persone non si può non essere autentici. La loro stessa verità di vita obbliga ad essere Cristiani. Quando ti avvicinerai senza una preoccupazione reale lo sapranno. Quando ci sarai davvero, lo riconosceranno. Perché hanno chiaro cosa vale di più. Perché con il denaro è possibile beneficare sempre, ma nessuno fra noi (ragazzi e prestatori di cura) ci sarà sempre. Questi esseri “diversi” non sono gli ultimi fra gli ultimi. Forse, sono i primi. Lo penso ricordando con tenerezza quando ne ho visto uno avvicinarsi all’albero di Natale, guardarlo con attenzione, individuare una stellina attraente e staccarla per portarla via con sé soddisfatto; quella sua vulnerabilità eccelsa nel desiderio della bellezza. Lo penso quando un altro mi rifiuta perché è tanto fragile che deve valutare ancora bene se può fidarsi; poi un giorno, dopo mesi, inaspettatamente ti stupisce perché decide che sì, si vuole fidare. Allora sarà una tua responsabilità proteggerlo. Capita, col tempo, che in un pomeriggio qualsiasi, mentre guidi per arrivare al Serafico, cominci a mugolare un “maaao, ....mao...” come uno di loro ed è subito allegria. Che mentre ti perdi in una città che non conosci e continui a girare a vuoto e non sai come trovare la strada, hai la tentazione di mordicchiarti in silenzio la mano dalla frustrazione, come hai visto fare ad uno di loro; poi, ironicamente, ne ridi. Accade che ripensi all’ultimo sguardo malandrino e divertito che ti hanno regalato e sorridi, con un sorriso ingenuo e totale, come uno di loro. Che riconosci la tua esigenza di tenere tutto sotto controllo e forse per questo risulti simpatica e rassicurante a qualcuno fra essi. Scopri che dentro di te c’era già, in fondo, qualcosa di ognuno dei ragazzi. Che eri già da sempre... come uno di loro.Chissà se la gente del mondo “fuori” capirà, quando alle urla di un ragazzo, per strada, la tua espressione cambierà e si farà dolce.Dovrò lasciare anzitempo il Servizio Civile per motivi di lavoro. Colgo pertanto l’occasione per salutare tutto il personale del Serafico; in particolare, vorrei ringraziare gli educatori con i quali ho condiviso questi sei mesi di impegno e che mi hanno introdotto all’ assistenza dei ragazzi facendomi vedere cosa significa prendersi cura “col cuore” di loro. Ringrazio inoltre i membri dell’équipe, sempre molto disponibili nei miei riguardi e che mi hanno offerto occasioni importanti di formazione e riflessione, nonché di confronto. Un “ciao!” alle compagne del Servizio Civile e un abbraccio speciale ai ragazzi del mio gruppo. Chissà che non si tratti di un arrivederci...  

Giada F.